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sociocrazia ⏱️ 1 min

OPACITÀ

Di Roberto Ballerini

OPACITÀ

Una dinamica distruttiva che ho vissuto più volte, specie in aziende che crescono velocemente:

nella più assoluta opacità, si pensa che le retribuzioni possano rimanere segrete, ma prima o poi i segreti trapelano.

L’aggravante è anche il basso livello retributivo italiano: lo stipendio diventa istinto di sopravvivenza e altri tipi di gratificazione passano in secondo piano.

È veramente necessaria questa opacità?
E la soluzione proposta nell’articolo, risolve qualcosa? (mi dai il contentino quando sai che mi arrabbierei o, peggio ancora, ci provi quando ti comunico le mie dimissioni)

Temo che la trasparenza retributiva imposta dall’alto non risolverà il problema; potrebbe addirittura aggravarlo, perché non cambia la mentalità che c’è dietro.

Come se ne esce?

Insieme, o con esempi virtuosi che dimostrino che la trasparenza paga, crea motivazione (a patto che le retribuzioni diventino dignitose e riconoscano il valore aggiunto che le persone portano).

Ho l’impressione che siamo in trappola come l’asino di Buridano: non accettiamo un mercato che selezioni le imprese che sanno generare valore e non accettiamo di farci carico delle inefficienze di quelle che non sanno generare valore, scaricandone i costi sulle persone più fragili (alta disoccupazione, stipendi bassi, burnout, …).

Servirebbe una terza via, a cui sistema bancario e legale non danno spazio. Altri Paesi favoriscono l’esplorazione di nuovi modelli organizzativi, mentre noi siamo rimasti ancorati a modelli novecenteschi, quando non ottocenteschi.

Eppure ci sono esperienze che hanno decenni di vita, che nel nostro contesto fatichiamo ad adottare e adattare (spesso facciamo l’errore di copiare, senza tenere conto che il nostro contesto è diverso, in un senso culturale ampio).

Chi mi racconta qualche gemma nascosta?