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Tempi nuovi? cambiamo i luoghi di lavoro

Di Roberto Ballerini

Tempi nuovi? cambiamo i luoghi di lavoro

Sommario.

Questo articolo è un tentativo di sintetizzare la discussione scaturita nei commenti al mio post "Dammi tre caratteristiche..." su LinkedIn[*].

Premessa.

Negli ultimi mesi ho sviluppato un interesse particolare relativamente ai luoghi di lavoro. Partito come interesse orientato alle dinamiche relazionali, si è progressivamente spostato verso la fisicità dei luoghi. Mi sono chiesto: in questo momento storico in cui:
  • i contratti di lavoro stanno diventando progressivamente più instabili e precari,
  • l'innovazione legata (per semplificare) ai temi di Industria 4.0 mette a rischio i posti di lavoro legati ad operatività "algoritmiche" e richiede una maggiore presenza di lavoratori della conoscenza,
  • (per caratteristiche strutturali intrinseche al mondo dell'Impresa e delle relazioni sindacali italiani) cresce l'espulsione dall'occupazione di persone over-40 senza un contemporaneo aumento dell'occupazione giovanile
siamo in grado di immaginare una differente strutturazione dei luoghi di lavoro e delle relazioni al loro interno?

Il punto di partenza.

Si è fatto un gran parlare di smart working, ed in effetti lo smart working potrebbe essere parte della risposta alle nuove necessità (ne abbiamo discusso su precedenti post ed articoli); se lo smart working non è puro formalismo, richiede infrastrutture di comunicazione, cultura digitale, meccanismi di valutazione dei risultati, che ancora vedo poco all'orizzonte. Ho osservato il mondo del coworking, come possibile luogo in grado di accogliere queste nuove istanze, scoprendo che, però, oggi è ancora in larga parte un formalismo; la maggioranza dei coworking chiude i bilanci in rosso; molti coworking sono solo un modo per dividere tra più persone affitti esorbitanti. Ho osservato anche quello che risulta visibile dal punto di vista delle politiche attive per l'inserimento ed il reinserimento: anche qui mi sembra che, pur in presenza di esperienze interessanti, il panorama sia abbastanza sgombro. Infine, anche dal punto di vista del come finanziare imprenditorialità ed auto-imprenditorialità, mi sembra ci sia il buio: il Quantitative Easing non si è trasferito a finanziare impresa; i fondi europei vengono usati poco e male; venture capital e angel investors sono più o meno assenti in un mercato vissuto come troppo rischioso; crowdfunding e altri meccanismi di fundraising sono ancora legati a nicchie nel nostro Paese. Riassumendo: tanti bisogni, tante opportunità, tante domande, poche risposte a macchia di leopardo, sia dal pubblico che dal privato.

Il post: Dimmi tre caratteristiche

Fin qui le mie osservazioni, ma io non ho né le competenze né un campione statisticamente significativo su cui basarmi. Però sono curioso, ed ti ho chiesto:
mi elenchi tre caratteristiche che secondo te dovrebbe avere il tuo posto di lavoro ideale?
Te ne dico tre io:
🔸 deve permettermi di continuare a formarmi
🔸 deve aiutarmi a trovare fondi per sperimentare le mie idee
🔸 deve fornirmi supporto per sviluppare i miei potenziali
Grazie per il tuo aiuto 🙋🏻‍♂️
Sono rimasto volutamente ambiguo, tranne le mie tre idee, per cercare di influenzare il meno possibile la discussione: non ho specificato se mi riferissi a caratteristiche fisiche o organizzative o relazionali né se mi riferissi a lavoro dipendente o autonomo. Non l'ho fatto volutamente, perché penso che le similitudini ed i legami siano più importanti delle differenze. Quello che mi ha un po' sorpreso è che invece i commenti mi sembrano ancora disegnare dei mondi separati.

La discussione.

Innanzitutto la discussione mi è sembrata dividersi in filoni separati:
  • una grossa percentuale di chi ha commentato ha interpretato la domanda come: come vorresti il tuo ufficio? o le relazioni nel tuo ufficio
  • alcune persone si sono concentrate sui valori che vorrebbero vedere in Azienda
  • alcune persone si sono concentrate sui processi e le relazioni, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro
La prima osservazione da fare è che, dal punto di vista mio, se dico che vorrei una caratteristica, nel mio ruolo attuale non la ho o non ne ho abbastanza; se metto insieme i tanti aggettivi, e li nego, viene fuori un'immagine abbastanza preoccupante dei luoghi, delle relazioni e dei valori che si respirano. Non mi interessa valutare, perché, veri o falsi, questi sono i vissuti. Non mi interessa valutare anche perché se l'1 o il 2% di coloro a cui è apparso il post l'hanno commentato, il restante 98/99% non è stato interessato o è pienamente soddisfatto o non ha voglia o capacità di immaginare qualcosa di diverso: nulla si può dire né sulla composizione statistica di queste motivazioni né sulla composizione statistica di chi ha visto il post (sicuramente influenzata dalla composizione della mia rete di contatti, la mia bolla informativa). Fatta questo noioso disclaimer, voglio dirti che la discussione mi è sembrata molto interessante e mi ha confermato che un terreno, piccolo o grande, su cui sperimentare, c'è. Sintetizzando vorresti:
  • un ambiente di lavoro cooperativo, collaborativo, che rispecchi meglio i tuoi valori e che dia più peso alle relazioni interpersonali, empatico e con equilibrio tra generazioni e tra generi, in cui la comunicazione sia più circolare
  • una organizzazione del lavoro che ti permetta un migliore equilibrio con il resto della tua Vita e di crescere come Persona
  • un luogo di lavoro più sano, sostenibile, luminoso, immerso nel verde, creativo, magico, rock, con spazi dedicati alle pause ed al benessere, connesso con il mondo esterno, sereno, piacevole, confortevole, con spazi personali e spazi comuni
  • tempo dedicato alla formazione, alla discussione, alla costruzione dello spirito di squadra, alla mutua contaminazione
  • essere misurat* sui risultati e ricevere dei feedback strada facendo
  • avere spazio, tempo, budget per sperimentare progetti in autonomia

La mia impressione sulla discussione

Innanzitutto mi ha colpito lo scarso peso dato all'aspetto economico e a quello della carriera: è sufficiente che ci sia equità; conta molto di più il senso di realizzazione, la gratificazione, l'attenzione alla persona e alle necessità personali. Mi ha colpito, ma non mi ha sorpreso: è una costante di tutti gli studi sul lavoro rilevare come il senso di benessere e di gratificazione motivi molto di più degli incentivi esterni economici o delle "punizioni". Noto una criticità e neanche questa mi sorprende: un atteggiamento un po' passivo, reattivo; sembra che non abbiamo fiducia nella nostra capacità di cambiare le cose e di incidere realmente nelle scelte aziendali. Vero o falso che sia, questo è il vissuto, ed è un campanello d'allarme: se fosse corretta la visione del cambiamento in corso nel mondo del lavoro che ho messo in premessa, la scarsa proattività sarebbe un ostacolo importante. Per esempio, se fino a qualche anno fa era difficile formarsi avendo un lavoro a tempo pieno e l'unica chance era ottenere la formazione on the job, oggi esistono una infinità di occasioni di autoformazione gratuita o a basso costo, anche a livello di perfezionamento post-laurea, fruibili on demand. E il lifelong learning è una delle chiavi per poter rimanere competenti sul lungo periodo. Certo portare avanti attività parallele, di auto-formazione o di progettualità personale, non è compatibile con il dedicare 12 o 16 ore al giorno al lavoro; è necessario perlomeno mettere in pratica la strategia alla Einstein di cui parla Emilie Wapnick [1]. E visto che ho nominato chi ha reso popolare il concetto di multipotenzialità, vedo in filigrana una possibile mappatura tra atteggiamento rispetto al lavoro e grado di multipotenzialità [2]:
  • chi ha in sé una spinta a curiosare in diversi domini, tendenzialmente cerca soluzioni che gli/le permettano di portare avanti più interessi in parallelo
  • chi privilegia la stabilità (ed in Italia cresciamo con il mito del posto fisso), fa più fatica a mettere a rischio il posto o a fare salti nel buio

Conclusioni?

No, nessuna conclusione, ma un cammino da percorrere. Mi sento di lasciarti qualche suggestione:
  • la tecnologia e la globalizzazione stano cancellando il mondo del lavoro per come lo conosciamo, con il rischio di produrre una crescente quantità di "inutili"[3]
  • la conseguente precarizzazione dei posti di lavoro prescinde dalle forme contrattuali: se la tua specializzazione non serve più, o cambi, o diventi "inutile"
  • ne consegue che la sequenza lineare studio --> lavoro --> pensione (godersi la Vita), ammesso che esista ancora, sta scomparendo; i primi due stadi si sovrappongono circolarmente o si parallelizzano ed il terzo, boh, esiste ancora? o vale la pena di integrarlo nei due precedenti?
  • se tutto ciò è vero e se vogliamo migliorare la nostra sostenibilità, dobbiamo immaginare luoghi dove convivano lavoro, studio, relax, career coaching, orientamento, auto-imprenditoralità, fundraising, prototipazione, servizi consivisi per il lavoro e per il benessere
  • immagino questi luoghi come un'agorà, uno spazio centrale comunitario circondato da spazi dedicati alla concentrazione in solitudine (open space? perché insistiamo su una organizzazione che tutti gli studi dimostrano essere improduttiva?)
  • idealmente questi luoghi dovrebbero essere degli incubatori di progetti e di professionalità, da quelle artigiane che vanno scomparendo, a quelle intellettuali, all'operativo avanzato
  • dovrebbero fornire servizi basilari comuni: dal wellness, alla contabilità, al fundraising, alla formazione
  • la criticità più grossa è come finanziarli; dovrebbe essere ruolo delle politiche attive del lavoro, ma siccome voglio essere realista, ritorno alla parola fundraising: dalla ricerca di fondi europei (alla radice, senza aspettare che vengano dimezzati da N passaggi nazionali e regionali improduttivi), a "mecenati" (io però li chiamerei investitori smart, che vedano il vantaggio di finanziare a basso costo N startup e selezionare più facilmente collaboratori sperimentati sul campo), (mutuo) microcredito, crowdfunding, ...
  • alla fine l'investimento più grosso è quello che ognun* di noi deve fare su stess*, volontariamente o perché il mercato non ci lascerà altre scelte (e non esiste un Sistema Paese che ci supporti o ci aiuti)
Va bene: non sono stato per niente sintetico nella mia sintesi :-D Ora aspetto ancora il tuo contributo, se condividi l'analisi, per passare dall'idea al prototipo. #TerraForming #ProvaAFareCioCheTiRendeFELICE
  [*] https://bit.ly/2WtT8QN
[1] Emily Wapnick, Diventa chi sei, MGMT 2018 (titolo originale: How to be everything, Harper One 2018, reprint) [2] sul tema multipotenzialità: Fabio Mercanti, Multipotenziali, Lit 2018 e Barbara Sher, Refuse to choose, Rodale 2007 [3] sul tema: Tyler Cowen, La media non conta più, Bocconi 2015 (titolo originale: Average is over, Plume 2014, reissue, e Noah Yuval Harari, Sapiens, Bompiani 2017 e 21 storie per il XXI secolo, Bompiani 2018